Immaginiamo una linea di trasmissione infinitamente lunga e senza perdite, a cui applichiamo un generatore di segnale.
Avremo una trasmissione di energia, che si propagherà nella linea (ad es un cavo coassiale) all’infinito ed in qualunque punto andassimo a misurare il segnale, troveremmo la stessa identica tensione che misuriamo ai capi del generatore, ovverosia, la tensione risulterebbe assolutamente costante lungo tutta la linea.

Immaginiamo ora di tagliare la linea ad una certa distanza dal generatore, collegando in quel punto un carico resistivo di valore identico all’impedenza caratteristica di linea e generatore. (es una resistenza, oppure un'antenna)
In questo caso, la trasmissione sarà limitata al tratto sezionato e l’energia che raggiungerà l’estremità verrà tutta dissipata in calore nel carico o trasformata in campo elettromagnetico.
Anche in questo caso, in qualunque punto della linea andassimo ad effettuare una misura, troveremmo la stessa identica tensione che c’è ai capi del generatore.

In altre parole, la tensione, in una linea ideale terminata su un carico resistivo (resistenza o antenna) uguale alle impedenze caratteristiche di linea e generatore, è costante lungo tutta la lunghezza ed uguale a quella del generatore.

Rimuoviamo ora il carico, lasciando l’estremità del cavo aperta oppure cortocircuitiamola.
A questo punto, non c’è più nulla che assorba e trasformi in calore (od in campo elettromagnetico) l’energia del segnale che giunge all’estremità della linea.

Dato il noto principio di conservazione dell’energia, domandiamoci: se la linea non ha perdite e non c’è carico, dove va a finire l’energia contenuta nel segnale trasmesso nella linea?
La risposta possibile è solo una: l’energia tornerà indietro verso il generatore, o più correttamente, non va da nessuna parte, cioè resta nel generatore.

Possiamo immaginare una linea completamente disadattata (corto circuito o non terminata) come se ai suoi capi vi fossero due generatori, uno reale ed un altro virtuale.
I segnali diretto e riflesso si combineranno fra loro in modo vettoriale, dando origine ad un’onda che non si propaga ma che resta confinata nella linea.

Questo segnale stazionario (cosiddetto, appunto perché non si propaga) determina lungo la linea una tensione diversa, a seconda della posizione in cui si effettua la misura, con un andamento ciclico (ripetitivo) ad ogni mezz’onda.
(ventri e nodi, detti anche antinodi e nodi)

Matematicamente, dove Τ è il coefficiente di riflessione (per sapernbe di più, rivolgersi al Sig Fresnel), il campo elettrico dell’onda stazionaria è uguale a: E = cos(ωt – φ) +Τ cos(ωt + φ) [V/m]
Credo (e spero) sia intuitivo che il coefficiente di riflessione può andare da zero ad uno, mentre il VSWR va da uno ad infinito.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il VSWR non misura affatto una potenza riflessa, ma è soltanto l’indice del disadattamento misurato attraverso il rapporto di tensione (volt).

In pratica, un trasmettitore collegato ad una linea completamente disadattata non genera un segnale di cui riceve il 100% di energia di ritorno. Più semplicemente, succede che non potrà trasferire l’energia che produce ad un carico, così che tutta la potenza generata dovrà essere assorbita dal dispositivo stesso che la genera.

Non è quindi l’onda stazionaria a danneggiare (eventualmente) il trasmettitore, ma l’eventuale impossibilità del dispositivo di potenza (stadio finale di potenza) a dissipare in calore l’energia prodotta.